Per i Pogues, la stagione delle esibizioni estive si deve ancora aprire (primo appuntamento il 15 luglio con il Liverpool Summer Pops Festival), ma lo show tenutosi lo scorso 13 giugno meritava una pagina apposita. The Italian Rover, nella persona del sottoscritto, non poteva certo mancare; una giornata speciale per tutti i "Medusans", italiani e non.

Iniziamo col dire che a meno di un mese dal via della manifestazione, l'annuale Rock In Idro si è trasformato in... Rock In Sharp; prima di essere trasferito al PalaSharp per non meglio precisate ragioni, infatti, il festival avrebbe dovuto svolgersi nei pressi del celebre bacino acquatico artificiale meneghino. Numerose le polemiche, qualche inutile quanto tardiva petizione per chiedere il ritorno alla location originale, e tante critiche nei confronti di un'organizzazione scadente. Insomma, una roba all'italiana.
Acustica non delle migliori e temperatura marziana all'interno della struttura, ritrovo di un pubblico quantomai eterogeneo: dalla consueta ampia porzione di under-40 ubriachi fradici ad una nutrita pattuglia di nostalgici col vizio del punk.
Ci infiliamo nel forno verso le cinque, poco prima dell'uscita di scena degli All American Rejects. Il tempo (non poco, ma ci vuole pazienza) di ripristinare il palco, e tocca ai Flogging Molly. Dave King e i suoi non deludono, trascinando il pubblico per circa un'ora con la loro miscela punk-folk; diversi gli estratti dall'ultimo album, Float, ma non mancano classici come Drunken Lullabies e What's Left Of The Flag. Apertura col botto, insomma.

Cambio di scena, ed è il turno dei Gogol Bordello, apparentemente (con mio sommo stupore) il gruppo più atteso della giornata. Il piazzale si svuota, ed il pit si prepara ad accogliere un'orda di spettatori, in gran parte giovanissimi, pronti a saltare al ritmo del gipsy punk multietnico proposto dallo stravagante collettivo guidato dall'ucraino Eugene Hutz. L'esibizione è con ogni probabilità la più consistente in quanto a minutaggio, ma alle centinaia che si strattonano ai piedi del palco non sembra dispiacere. Anzi. Simpatici, e a modo loro coinvolgenti, ma alla lunga... de gustibus.

La scaletta prevede quindi il ritorno in Italia dei Social Distortion, portabandiera dell'hardcore punk anni Ottanta. Un pezzo di storia. Lascia perplessi, in questo senso, assistere al letterale esodo di massa in direzione uscita. Sarà stata l'ora di cena... in ogni caso, pur di fronte a una platea quasi dimezzata, Mike Ness e soci (privi del compianto Denis Danell) non si risparmiano. Tra i classici, Ball And Chain, la celebre rivisitazione di Ring Of Fire, capolavoro del mitico Johnny Cash, e ovviamente Story Of My Life, con i duri e puri ad accompagnarne convintamente il ritornello.

Cala la sera, e ad occupare lo stage sono i Babyshambles del controverso Pete Doherty, pescato strafatto nella toilette di un aereo diretto a Londra giusto una settimana prima dell'evento, e rilasciato poi su cauzione. Premesso che non gradisco né il genere né tantomeno il personaggio, lo spettacolo è mediocre. Dagli spalti si levano ululati di disapprovazione, mentre i meno coinvolti si abbandonano a improperi pesanti. Da una ridotta platea femminile, al contrario, scrosciano applausi. Il tutto quando l'ora comincia a farsi (troppo) tarda.

All'alba delle ventitrè e trenta, paiono terminati i preparativi per l'esibizione degli headliner. Sullo sfondo cala, non senza difficoltà, il telo a tema metropolitano che accompagna i Pogues sin dai primi concerti post reunion. L'ultimo drum set con pedana semovibile lascia il posto alla batteria (con tanto di pelle anteriore rossa, anche se priva dei consueti falce e martello) di Andrew Ranken. Sistemati gli amplificatori, resta da attaccare il piccolo ventilatore di fronte al microfono centrale, sparpagliare un tot di asciugamani, e dare l'ultima accordata. Il palazzetto torna a riempirsi, si abbassano le luci, e arrivano i nostri.
Il maestro James Fearnley, fisarmonica a tracolla in un appariscente completo bordeaux, ci saluta con un semplice "buonasera". Come di norma, Shane MacGowan si fa attendere un paio di minuti prima di raggiungere il centro dello stage col suo caratteristico passo incerto e ciondolante, bicchierone alla mano.
Pochi secondi e risuonano le prime note, inconfondibili: Streams Of Whiskey. Balli, canti e crowdsurfing: sventola fiero un tricolore irlandese.
Inutile ripercorrere l'intero show, anche perché non sarei in grado di riassumere le emozioni in maniera compiuta. Straordinaria la rendition di Thousands Are Sailing da parte di un ritrovato Phil Chevron. La freschezza di Sunnyside Of The Street, le atmosfere orientaleggianti di Sayonara, e quelle romantiche di Rainy Night In Soho; scritta un quarto di secolo fa da un ispirato trentenne, cantata oggi da un provato ultracinquantenne ha senza dubbio un sapore diverso. Immancabile tributo alla tradizione con Greenland Whale Fisheries e la sempre apprezzata Dirty Old Town. Tra gli highlights una trascinante versione di Sally MacLennane e Fiesta, al termine della quale tagliamo velocamente la corda per evitare imbottigliamenti di sorta. Una giornata impossibile da dimenticare.

In chiusura riporto la setlist, sperando di non omettere nulla. Causa memoria corta, non garantisco sull'ordine delle canzoni:


Streams Of Whiskey
If I Should Fall From Grace With God
The Broad Majestic Shannon
Turkish Song Of The Damned
Greenland Whale Fisheries
Sayonara
Tuesday Morning
Kitty
The Sunnyside Of The Street
Body Of An American
Thousands Are Sailing
Dirty Old Town
Bottle Of Smoke
The Sickbed Of Cuchulainn
Sally MacLennane
Rainy Night In Soho
Fiesta